IL REPORTAGE. Il fenomeno delle baby gang vede purtroppo gli italiani protagonisti

Sonobabygang pirati della strada, pali o spacciatori assoldati dalla mafia, bulli passati dalle marachelle a scuola allo stupro di gruppo. Hanno per lo più tra i 14 e i 16 anni, in nove casi su dieci sono maschi.

E se è vero che a partire dagli anni Novanta c’è stata l’impennata del numero degli stranieri, negli ultimi tempi gli italiani hanno recuperato terreno: sono poco meno della metà dei minorenni in carcere, ma il 70 per cento di quelli denunciati alle procure.

Chi sono, da che famiglie vengono, che delitti compiono, che fine fanno i baby criminali di casa nostra?

Per capirlo, partiamo dagli arresti, dai rapporti di polizia e carabinieri. A Roma e Napoli non passa giornata in cui non ci sia tra i fermati un ragazzo con meno di 18 anni.

“I minorenni stranieri”, sono responsabili nella maggior parte dei casi di furti, rapine e spaccio. Mentre gli italiani compiono quelli che prima si potevano chiamare fenomeni di bullismo, ma che ora sono degenerati in atti molto più gravi: violenza privata, lesioni, aggressioni, stupri di gruppo. Un’evoluzione in peggio che ha origine nel fatto che i ragazzi sono spesso lasciati soli e trovano nella ‘banda’ la forza di affermarsi, proprio attraverso un atto criminoso. Parliamo infatti per lo più di adolescenti cosiddetti normali, che provengono da famiglie regolari e non necessariamente povere”.

Ragazzini della porta accanto, insomma, che scelgono come vittime i loro coetanei più deboli, ragazze, compagni isolati, disabili. Le frasi più ricorrenti sono: ‘Era solo uno scherzo’ oppure ‘mi servivano i soldi per le scarpe firmate’”.

baby gangI  dati del Dipartimento giustizia minorile del Ministero della giustizia confermano le impressioni di chi lavora sul campo. Nel 2006 la presenza media negli Istituti penali per minorenni (Ipm) è stata di 417,6 persone (il 12% in meno rispetto al 2005 per effetto dell’indulto). Di questi, il 54 per cento erano stranieri (per lo più romeni, marocchini, serbi) e il 46 per cento italiani, l’89 per cento maschi e l’11 per cento femmine. Al Nord e al Centro gli stranieri sono più numerosi, al Sud lo sono gli italiani.

Su un totale di 18 Ipm, in 11 i secondi superano i primi. L’età prevalente è 16-17 anni (nel 51% dei casi) e la maggioranza (il 63%) era in attesa del primo giudizio.

Al 31 dicembre 2006 erano detenuti per reati legati alla droga 20 italiani e 38 stranieri, per furto 24 e 50, per rapina 63 e 53, per lesioni 19 e 19, per omicidio 17 e 6, per stupro 2 e 6. In generale, analizza il Dipartimento, i reati contro il patrimonio (furti e rapine) sono più frequenti tra gli stranieri, quelli contro la persona e quelli legati alla droga tra gli italiani. Un altro dato importante: molti minori che entrano in contatto con la giustizia minorile fanno uso di droghe, occasionalmente o abitualmente, per lo più di cannabinoidi e cocaina. Il 70 per cento di questi sono italiani.

L’aumento dei detenuti italiani va letto sotto una lente particolare. Rispetto ai coetanei stranieri infatti, gli italiani finiscono meno spesso in carcere, perché chi ha una famiglia alle spalle e nessun problema di clandestinità ha più possibilità di ricorrere a misure alternative. Di andare nei centri di prima accoglienza o in comunità, di essere affidato ai servizi sociali oppure di scontare la pena ai domiciliari. Il 56 per cento dei ragazzi in comunità è italiano e in queste strutture dal ’98 al 2006 gli ingressi sono aumentati del 128 per cento. Nel 2004 (ultimo dato fornito dal Ministero) sono stati denunciati alle Procure presso il Tribunale dei minori 41.529 giovani con meno di 18 anni. Il numero comprende anche i minori di 14 anni, cioè non imputabili, che sono quasi il 30 per cento. Sul totale, gli italiani erano il 71 per cento.

“Fare il ragazzo oggi è un bel casino”, dice don Gino Caruso, al suo 36esimo anno da cappellano del carcere di Nisida(na).

Il parroco ne ha visti molti, molti ne ha ospitati in casa e nella sua Comunità Nuova e oggi sono proprio gli italiani a richiamare la sua attenzione.

“Il loro aumento mi ha sorprbaby-gang-2eso. Mi sembra di essere tornato indietro di 35 anni”, spiega. “Vedo arrivare ragazzi dalle periferie difficili, con un’educazione povera e famiglie disattente.

Ma oggi i giovani hanno qualcosa in meno di allora: gli manca una visione positiva del futuro. Hanno uno sguardo depresso, spento.

Non vedono uno sbocco per la propria vita. Nel deserto dei quartieri quello che conta è ciò che devono assolutamente possedere e il furto o la rapina diventano il modo per diventare protagonisti di qualcosa”.

Gli adolescenti sono lasciati soli, secondo don Gino, anche quando non entrano in contatto con la droga e col carcere.

Adolescenti che proprio dietro la porta blindata di una cella o nel campetto da calcetto dell’istituto spesso cercano quello che “fuori” non hanno trovato.  ”Un adulto che li responsabilizzi, che sappia dire di no e che insegni loro a fare delle scelte”, dice Elvira Narducci, operatrice al “Nisida” da 15 anni e da gennaio vicedirettore. ”Parliamo di persone che stanno crescendo”, continua, “e che soprattutto trascorreranno ancora la maggior parte della loro vita fuori dalla prigione. Quello che riusciamo a trasmettergli qui è fondamentale”.

Per questo tanta attenzione alle attività di orientamento, da quelle professionali, a quelle sportive e scolastiche a quelle creative di cui Paola Prandini è responsabile da otto anni. ”Quando escono devono avere qualche strumento in più per affrontare la vita, una competenza lavorativa e una maggiore consapevolezza”, spiega. ”Qui puntiamo soprattutto sull’integrazione tra le varie etnie, i gruppi di attività sono misti, anche tra maschi e femmine”. ”Il rischio di recidiva è alto con i minorenni”, avverte Elvira Narducci, “proprio perché si tratta di persone in evoluzione. Per questo il loro percorso non è lineare.

Ma proprio per questo con loro una caduta non è mai definitiva e fino all’ultimo c’è una possibilità di recupero. Sempre che si voglia scommettere sulle loro incredibili risorse. Ultimamente le richieste che ci arrivano dall’esterno sono nella direzione del controllo, della sicurezza, della repressione. E i mezzi impiegati per il reinserimento costruttivo passano in secondo piano”. “Con evidente svantaggio per tutti”, conclude Prandini. ”Questo vale sia in prigione sia fuori. Che fine fa un 14enne rom che ha rubato al supermercato e che non trova una rete sociale che lo sostenga?”.

Per alcuni ragazzi il carcere è il male minore. Non mi resta che dire, che forse se a 14 anni si va in carcere, anziché giocare a pallone, allora non è solo la famiglia, o la persona stessa a dover cambiare, ma a questo punto è la società tutta a doverlo fare.

Leandro-Orefice_avatar_1378071317-100x100Leandro Orefice

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